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| RAGIONAMENTO SUL NOIR |
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| Giancarlo De Cataldo | |||||||||||||||||||||||
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1. Il genere letterario, ma più ancora cinematografico , che siamo abituati a definire “noir” e che convenzionalmente chiameremo “noir classico,” è nato
e si è sviluppato negli Stati Uniti a partire dagli anni Trenta, ha conosciuto il suo momento di massimo splendore fra gli anni Quaranta e Cinquanta, ed è definitivamente tramontato, per poi morire, nei Sessanta. 2. Tutte le produzioni ch eoggi si richiamano, sia nle campo dell’immagine che in quello della scrittura, al “noir” classico, si connotano come operazioni filologiche, nostalgiche, volutamente anacronistiche. Come genere in sé il “noir” classico era troppo legato a un’atmosfera e a un contesto storicamente determinati per potersi rigernerare. Infatti, a differenza di altri generi più flessibili, (la fantaascienza, il western), esso è irrimediabilmente defunto. 3. La morte del “noir” classico, tuttavia, è stata produttrice di grandi effetti. Dalla decomposizione del cadavere sono germinati molteplici organismi che, attraverso un percorso di disseminazione diffusa, hanno contagiato, in un processo inarrestabile, linguaggi originariamente incompatibili, dando vita a una pluralità di scritture che si sono via via instradate verso progressivi momenti di intersezione/contaminazione. 4. Elementi tipici del “noir” classico (fra i principali: l’indeterminatezza del confine fra legge e devianza, norma e trasgressione, legalità e crimine; l’ossessivo interrogarsi sulla presenza del Male; il frequente ricorso a figure di antieroi problematici e costantemente tentati dall’invasività del Male; un’accresciuta sensibilità verso i ruoli femminili) hanno fecondato (ma qualcuno direbbe incuinato) scritture da sempre tradizionalmente lontane dal genere (dai generi, per meglio dire). 5. L’ibridazione di modelli che ne è derivata, oltre a contribuire al sempre crescente amalgama fra gli elementi strutturali tipici di ciascuna scrittura “ibridata” e quelli, “ibridanti” del noir classico, ha determinato una sorta di abbattimento degli steccati posti tradizionalmente a custodia e divisione della “purezza” dei generi. 6. La corrispondenza che si è instaurata fra le scritture va letta, ovviamente, in chiave biunivoca. Le scritture ibridate da elementi noir sempre più ibridano, a loro volta, gli stessi elementi ibridanti. 7. Quando parliamo di “noir italiano” parliamo duqnue di qualcosa di assolutamente diverso e, per molti versi, antitetico e incompatibile con il “noir” inteso in senso classico ma che, nello stesso tempo, alla tradizione deve quei famosi elementi “ibridanti” che ne hanno decretata la fortuna (quanto meno letteraria). Noi autori del “noir italiano”, da sempre attenti a rivendicare autorevolezza e dignità letteraria alle nostre opere, spesso in contrasto aperto con una critica miope e sbrigativa, abbiamo ora il dovere di non rinchiuderci in nessun recinto di supposta “purezza,” di lasciarci a nostra volta contaminare, invadere, fecondare, inquinare e ibridare. Se c’è una frontiera di ciò che chiamaimo “noir italiano,” essa sta nel più assoluto, coninto, tenace, “meticciato” dei generi. Sarebbe d’altronde paradossale che, avendo dato vita a una pluralità di scritture “aperte,” scoprissimo, una volta ammessi nel salotto delle buone lettere, il fascino delle “enclosures.” 8. Il “noir” italiano, nel senso che qui si usa, è stato – e continua a essere – un fenomeno essenzialmente letterario. Ogni volta che siamo chiamati a confrontarci con scritture di diverso genere, dalla televisione al cinema, dobbiamo constatare un duplice ordine di fenomeni. Da un lato, la televisione ci chiede di essere meno aggressivi, meno apertamente critici verso la società, meno “politici.” Dall’altro, il cinema, più coraggioso negli intenti, non viene adeguatamente premiato in termini di successo. Molti di noi praticano tutte queste scritture con la piena consapevolezza dei limiti che ci vengono imposti o che ci auto-imponiamo. E tuttavia, credo che si abbia il dovere di andare avanti nell’esplorazione, sperando che quella sintonia che ha legato il pubblico del “noir” italiano scritto al suo pubblico possa, magari lentamente, magari a prezzo di errori e di ritardi, di rallentamenti e di sconfitte, riverberarsi anche sul piano delle scritture di immagine. 9. Il “meticciato” dei generi significa anche, a mio personale avviso, un monito a evitare il pericolo del manierismo di genere. Non basta più mettere in scena un poliziotto problematico, una dark-lady magari giovane e schizzata, preferibilmente prostituta, una banda di extracomunitari spietarti (e magari qualche extracomunitario di buon cuore) per garantire qualità letteraria all enostre opere. Prima che la sintonia con la comunità dei lettori si spezzi, prima che si torni a parlare con disprezzo di “generi” e “sottogeneri,” occorre uno sforzo di fantasia e di inventiva per sottrarre il “noir” italiano al suo peggior nemico: se stesso (incluso: l’ego degli scrittori, le storielle buta e via con la mano sinistra, l’adagiarsi nella formula, a breve rassicurante, sulle lunghe defatigante, noiosa, inutile). 10. Se un merito ha il “noir” italiano, è quello di aver imboccato con convizione la strada di un realismo fortemente venato di critica sociale e politica. Non siamo gli unici, né in Europa, né nel resto del mondo. In Svezia, in India, nel Maghreb, in Francia, a Hong Knong, in Inghilterra, scrittori si interrogano in questo momento sui grandi temi del contemporaneo ch egli autori del “noir” italiano (dopo un lungo silenzio e riprendendo l’insegnamento degli Scerbanenco, degli Sciascia, dei Fruttero e Lucentini, di Loriano Macchiavelli) non hanno cessato di indagare negli ultimi anni. Ciò che ci accomuna a queste esperienze di scrittura, solo in apparenza molto lontane da noi, è unìacuta consapevolezza dei limiti delle nostre democrazie, una forte percezione del senso di insicurezza che sta attanagliando le nosre vite. Come scrittori di noir, siamo avvezzi a giocare con la paura. È infatti il nostro principale strumento del mestiere, il pane quoidiano. Bene. Di questa paura abbiamo il dovere di smascherare i meccanismi occulti, quelli che ci vengono nascosi e che poi, sapien mente rielaborati, ci vengono riconsegnati sotto forma di diffusione dell’insicurezza. Dovremmo tentare, in altri termini, di scrivere della paura non per mettere paura, ma per cercare, tutti insieme, di vincere la paura. Per gentile concessione del Courmayeur Noir in festival.
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